Filippo Dal Fiore

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La societa’ del tutto e’ possibile

September 26, 2013
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Lascio Londra, fresco di convegno su “etica e business”.  Tra un gate e l’altro mi trovo a riflettere sull’accostamento di due termini che suonano antitetici nella metropoli flagellata dagli scandali finanziari. Quello che scrivero’ in questo articolo e’ forse applicabile a tutte le epoche storiche, ma assume portata e implicazioni nuove per il “villaggio globale” dei nostri tempi, caratterizzato da un grado di interconnessione e comunicazione tra le genti e le culture inimmaginabile solo fino a qualche anno fa.

A Londra tutto e’ possibile, grazie alla meravigliosa convivenza di molteplici stili di vita e universi valoriali di riferimento. Nelle grandi citta’ e’ generalmente piu’ bassa la peer pressure, la pressione esercitata dai propri pari a conformarsi a un ben definito stile di vita, di atteggiamento e di pensiero. E’ liberatorio respirare l’apertura e la tolleranza di Londra, ognuno puo’ fare di testa propria, esprimendo la propria unicita’ ed creativita’.
Anche se portatrice di positivita’ ed energia, mi domando in che modo la bassa dose di conformismo possa ripercuotersi sull’etica comportamentale dei singoli individui. Senza inventare nulla di nuovo, ipotizzo che nelle metropoli lo scarso controllo sociale sull’operato dei singoli possa in certi casi condurre ad arroganti forme di individualismo ed eccentricita’.

In assenza di sfere valoriali alternative e senso di obbligo verso gli altri, molte persone (e aziende) potrebbero investire tutto su se’ stesse, farsi artefici di grandi imprese, ma anche finire per diventare meno etici verso le organizzazioni e le comunita’ in cui operano. Senza necessariamente volerlo ne’ accorgersene. Se tutto e’ relativo, chi decide cosa e’ giusto e cosa e’ sbagliato? Se tutto e’ possibile, perche’ non farlo? Se non esistono valori universali, perche’ non diventare cinici?
Queste considerazioni diventano ogni giorno piu’ rilevanti se consideriamo il costante incremento del numero di persone che nel mondo si spostano dalle campagne e dai piccoli centri alle grandi aree metropolitane. E’ un portato della globalizzazione, che in quanto digitale, creativa e legata alle logiche del mattone e dei grandi numeri, favorisce l’espansione di enormi conglomerati urbani e del relativo melting-pot.

Nelle campagne e’ piu’ facile restare umili, o e’ forse cosa naturale: potrebbe bastare una sola grandinata a distruggere il raccolto di un intero anno.  Nelle metropoli globali, di fronte ai computer e a Internet, e’ forse piu’ facile montarsi la testa. Dominando l’informazione, esasperando le proprie passioni e i propri talenti, l’uomo del terzo millennio potrebbe convincersi di possedere le chiavi per cambiare il mondo. Se in campagna i piedi sono ben saldi per terra, in citta’ le menti divagano in mille direzioni.
E’ interessante notare come, se tutto il resto diventa relativo, uno dei pochi valori di riferimento condivisi resti quello del denaro e della ricchezza materiale ad esso associata, cosi’ tangibili e facilmente misurabili da tutti. Grazie a questo valore la maggior parte dei popoli dell’attuale villaggio globale pensano a diventare partner commerciali, invece che a farsi la guerra. Nonostante tutti i mali che ne siano associati, per fortuna che esiste il denaro.

Mi chiedo: come potrebbe rimettere i piedi per terra il moderno homo oeconomicus digitalizzato, urbanizzato e globalizzato? In assenza di Dio, sembra che questo si crei i propri, auto-proclamandosi uno di loro. Forte dell’accresciuto potere sul mondo che lo circonda, sperimenta di piu’, prende piu’ rischi, complica maggiormente le cose, e senza necessariamente volerlo produce danni piu’ grandi alle organizzazioni e alle comunita’ di appartenenza. Tornano alla mente i banchieri protagonisti degli scandali finanziari.
Che si tratti di un’occasione per la nostra societa’ occidentale-globale per rivisitare assunti filosofici ormai datati? Bisognerebbe trovare un modo per reintrodurre un po’ di realismo nel positivismo scientifico e tecnico che regge alle fondamenta l’attuale sistema economico globale. Senza smorzare l’entusiasmo e le energie che riesce a suscitare, ma canalizzandole in modo piu’ sensato e produttivo, piu’ etico e finalizzato.

Forse una strada possibile e’ quella di fare tornare il cittadino globale a rimisurarsi con il lavoro manuale. Un lavoro che a differenza di quello intellettuale non da’ adito a ipotesi, interpretazioni e fughe in avanti, ma educa alla pazienza e alla calma del qui ed ora. Un lavoro che ti fa capire subito se sbagli: se la cosa A non si incastra nella cosa B, lo cogli subito, puoi imparare dall’errore e correggere la rotta. Un lavoro che ti educa ai piccoli passi, perche’ osservi direttamente il risultato di ogni tuo piccolo contributo nella direzione del prodotto finito.

Wikipedia afferma: “La saggezza è una particolare connotazione o capacità propria di chi è in grado di valutare in modo corretto, prudente e equilibrato le varie opportunità, optando di volta in volta per quella più proficua secondo la ragione e l’esperienza.” Mi viene da pensare che la saggezza possa essere una virtu’ piu’ accessibile ai contadini che agli intellettuali perche’ questi ultimi lavorano con le idee invece che direttamente con i fatti. E’ probabilmente piu’ difficile esprimere valutazioni corrette ed equilibrate in una posizione piu’ distante dalla realta’. Rimettere i piedi in campagna potrebbe essere un bel regalo che l’uomo del terzo millennio puo’ farsi, e sembra che in molti lo stiano gia’ sperimentando.

[Immagine: ©cglearn.it]

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