Filippo Dal Fiore

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La rivoluzione della sostenibilità (6)

May 24, 2018
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E’ mattina presto e sono in treno. Sto viaggiando verso Rimini, dove mi aspettano due nuove sessioni del mio corso in Sustainable Business. Osservo dal finestrino la nuova strada costruita per aggirare un passaggio a livello: impone un tragitto molto lungo, perché circumnaviga un grande supermercato di recente costruzione. Mi domando perché non si sia costruito un sottopasso, la soluzione più ovvia ed efficiente da tutti i punti di vista: meno consumo di suolo, meno dispendio di materiali, minore distanza aggiuntiva, minori tempi di percorrenza, minori emissioni. E’ possibile, mi chiedo, che l’interesse privato a far passare le automobili difronte al supermercato abbia prevalso sull’interesse pubblico a mantenere la strada dritta? Sono stati messi in gioco finanziamenti diretti o indiretti per far succedere questo?

Non sono sufficientemente informato per valutare questo specifico caso, ma traggo ispirazione da quello che osservo per ragionare sulla crucialità della dialettica tra interesse pubblico e interesse privato ai fini della sostenibilità sistemica. L’Italia offre molti evidenti esempi di “favoritismi” privati a danno dell’interesse pubblico, specie nel settore urbanistico in cui a tutt’oggi si rilasciano concessioni edilizie a danno di pregiati patrimoni pubblici, siano essi paesaggi (naturali o urbani), parchi, piani visivi e viste panoramiche.

Sembra che gli interessi di pochi prevalgano su quelli dei più anche sul piano dell’economia globale, come denunciato puntualmente dal politologo ed ex-politico americano Robert Reich nel suo libro Saving Capitalism (Salvare il Capitalismo). Reich descrive infatti le modalità concrete in cui le aziende statunitensi influenzano il processo politico a loro favore, tutelando le loro posizioni e spianando la strada alla loro ulteriore espansione oligopolistica. Non solo tale intromissione nel processo decisionale pubblico previene il formarsi di alternative potenzialmente utili all’interesse della collettività, ma spesso e volentieri crea un danno diretto allo stessa.

Ho l’impressione che il punto di partenza per affrontare la complessa questione della sostenibilità del sistema economico debba passare da qui, ovvero dall’affrontare il grande nodo irrisolto del conflitto di interessi, anello di congiunzione tra politica e economia. Si tratta di una conclusione piuttosto ovvia, ma è strabiliante constatare quante teorie circolino sia in area politica che in area economica in grado, a mio avviso, di confondere piuttosto che chiarire lo stato delle cose. Si argomenta in molteplici modi di quanto il perseguimento degli interessi privati possa essere conveniente anche a fini pubblici, grazie a una serie di portati positivi “indiretti”. Ci si dovrebbe però anzitutto misurare con le conseguenze dirette di una certa decisione politica, chiedendosi: chi beneficerà della nuova infrastruttura/misura? Chi e che cosa, invece, ne uscirà danneggiato? Esiste un’alternativa ottimale che massimizzi il beneficio pubblico?

Negli ultimi anni abbiamo invece assistito a un processo di segno opposto, che ha generato perlomeno due grandi trasformazioni:

- sempre più aree e settori ad utilizzo pubblico vengono concessi ad uso privato: il processo decisionale pubblico viene a decadere perché d’ora in poi il privato potrà farne ciò che vuole, anche di maniera disallineata con gli interessi della collettività (laddove non esistono leggi e vincoli a tutelare questo);

- si costruiscono sempre più argomentazioni sui benefici di tali processi di privatizzazione, in mancanza però di una riflessione condivisa e di buon senso su quali siano gli interessi della collettività (indipendentemente dal fatto che la loro gestione possa essere affidata ad enti pubblici o privati).

Il saper gestire sapientemente la transizione descritta diventa tanto più importante quando più, al giorno d’oggi, esiste un rischio relativo alla duplicazione non necessaria delle infrastrutture. Gli interessi pubblici in gioco sono enormi, in primis sui piani ambientale e sociale. Un caso tra tutti che riguarda l’Italia: la costruzione e l’operatività dell’infrastruttura ferroviaria ad alta velocità (linee, treni, stazioni, personale addetto) che sembra avere spostato l’attenzione degli operatori ferroviari dall’interesse della collettività che utilizza il treno a quello dei futuri clienti della nuova infrastruttura.

In questo caso ritengo che la domanda rilevante non sia “alta velocità sì o alta velocità no?”, ma è “alta velocità: quanto e come?”. Lo sforzo necessario è quello di progettare una soluzione ottimale e ben bilanciata, che non vada in conflitto con altri interessi collettivi preventivamente definiti. Quando possibile si opterà quindi per la riconversione dell’infrastruttura esistente, piuttosto che per la sua duplicazione. Si eviterà altresì di destinare la totalità di energie e risorse verso una singola linea di innovazione, chiedendosi se ne esistano altre altrettanto meritevoli e nell’interesse di tutti. Si farà in modo che il nuovo ecosistema di trasporto ferroviario continui ad essere ottimale, se non migliore, anche per quelle persone e quelle località i cui bisogni non sono serviti dall’alta velocità.

Una riflessione competente e obiettiva di questo tipo sembra essere ostacolata dall’ideologia dominante della crescita e del gigantismo. Arrivando all’Aeroporto di Venezia di questi tempi, oltre ai lavori infrastrutturali pressochè ubiqui, colpisce la presenza di cartelli sponsorizzati dalla società che ha in gestione lo scalo raffiguranti un neonato con sotto la scritta “Cresciamo Insieme”. L’immagine del bimbo allude all’inevitabilità e alla bontà intrinseca della crescita del Marco Polo, ma in realtà è necessario porsi alcune semplici domande:

- Perché vuoi crescere?
- Per chi vuoi crescere?
- La tua crescita arrecherà danno agli interessi collettivi? Se sì, esistono delle alternative per crescere in modo più intelligente e sostenibile?
- Quanto velocemente intendi crescere? Sei consapevole dell’aumentato rischio di errore e compromesso che la velocità comporta?

L’incapacità di porsi e di rispondere a domande di questo tipo contribuisce ad alimentare la crisi dell’attuale modello “ultra-capitalista”. Sempre di più il capitalismo viene accusato di favorire gli interesse di pochi già privilegiati segmenti della nostra società, a danno degli interessi dell’intera collettività (che comprende, tra l’altro, quei segmenti privilegiati). Questo avviene sia a livello locale che a livello globale ed equivale purtroppo a “darsi la zappa sui piedi”, perché una felicità costruita da pochi a danno di molti non può che essere una felicità presunta. E’ forse un caso se i paesi al mondo che registrano indici più alti di felicità siano quelli del Nord Europa, ovvero l’area del mondo più avanzata in termini di inclusività sociale e sostenibilità ambientale?

E’ giunto forse il momento che il mondo intero prenda più seriamente in considerazione il modello scandinavo, non solo nelle sue determinanti istituzionali e di sistema politico, ma anche nelle caratteristiche del suo sistema di istruzione e accesso alle posizioni di responsabilità. E’ necessario che coloro a cui la società delega l’esercizio del potere siano stati in primis formati a farlo nell’interesse della collettività, e attraverso il più grande dominio delle competenze reputate da tutti necessarie.

(Immagine: financialtribune.com)

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