Filippo Dal Fiore

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La rivoluzione della sostenibilità (7): riconciliare micro e macro-economia

May 29, 2018
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E’ arrivata l’ora della verifica conclusiva prevista per il mio corso di Sustainable Business. Anche quest’anno ho richiesto a ciascun studente la compilazione di un diario di bordo, fornendo loro una traccia strutturata per una riflessione da farsi passo dopo passo durante il percorso. In una specifica sezione chiedo loro di individuare i collegamenti tra il mio insegnamento e il resto del loro curriculum biennale in Economia delle Risorse e Sviluppo Sostenibile. L’esercizio non è scontato ne’ banale, anche considerato che la maggior parte degli altri insegnamenti sposano una prospettiva macro-economica e teorica. Il taglio del mio contributo è invece di natura applicata e micro-empirica, perché il mio interesse è quello di far luce sui comportamenti concreti delle singole imprese che fanno l’economia.

La discrepanza tra micro-economia e macro-economia è al centro del dibattito sulle criticità della scienza economica. I macroeconomisti, dall’alto, osservano e progettano il sistema economico, quindi il campo di gioco delle imprese; i microeconomisti, invece, si focalizzano sulle imprese stesse, ovvero sui giocatori della partita. La creazione di percorsi separati di ricerca e di specializzazione ha nel tempo creato un divario cognitivo tra i cosiddetti economisti in senso stretto (prospettiva macro) e gli aziendalisti (prospettiva micro), due comunità scientifiche che finiscono per diventare impermeabili ai reciproci saperi se non antagoniste. Il mondo reale, però, non conosce confini e risulta in forte deficit di integrazione perlomeno da due punti di vista:

- ai macroeconomisti è richiesta una comprensione più approfondita della prospettiva delle aziende
- agli aziendalisti è richiesta una comprensione più approfondita del sistema economico

Il fatto stesso che queste due grandi prospettive economiche si siano sviluppati su binari paralleli e incomunicanti ha a mio avviso contributo a tenere entrambe ancorate ad alcune semplicistiche assunzioni di partenza che tuttora costituiscono l’ossatura della scienza economica. La matrice ideologica comune troverà una declinazione concettuale diversa, ma allo stesso tempo speculare:

Macro-Economia (Economics) Micro-Economia (Business)
Crescita economica (Economic Growth) Massimizzazione del profitto (Profit Maximization)
Modelli economici (Economic Modelling) Strategie di impresa (Company strategies)
Sviluppo sostenibile (Sustainable Development) Capitalismo evoluto (Purposeful capitalism)
Oltre a numerosi altri concetti binari più specialistici…

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Il linguaggio di partenza è stato originariamente elaborato a livello macro, ovvero a tavolino dai padri fondatori della scienza economica.
Si tratta di una visione del mondo messa a punto più di duecento anni fa, in un’epoca in cui gli scambi economici dovevano essere funzionali all’affermarsi competitivo degli stati-nazione. Tale imprinting richiedeva, e richiede tuttora, che i macro-economisti ragionino di maniera aggregata e statistica, deducendo – dall’alto di alcuni assunti – quello che è buono e giusto per interi stati-nazione. Il loro dizionario altamente matematico prevede decisioni ottimali, massimizzazioni, equilibri, limiti e scenari.

I micro-economisti e soprattutto le imprese, invece, non osservano il mondo da una prospettiva aggregata, quanto piuttosto da un punto di vista altamente soggettivo. Le imprese vedono opportunità e minacce, e agiscono a partire dal proprio peculiare profilo culturale e vissuto emotivo. Chi vuole comprendere l’economia agita dalle imprese sarà chiamato ad esplorare questa complessità; chi ha una significativa esperienza all’interno del mondo aziendale sa bene quanti modi diversi ci siano di fare le cose (al giorno d’oggi, a partire dalla sharing economy e dall’economia circolare, è un fiorire di esperimenti!)

Esiste quindi il rischio che i macroeconomisti – più potenti dei micro-economisti perché hanno in mano le regole del gioco – esercitino la loro professione nell’ignoranza del sempre più sofisticato e globalizzato universo delle aziende che popolano il mondo. Come ci si può prendere cura dell’intera foresta, se non si comprendono le spinte dei singoli alberi?
L’assenza di un confronto onesto con la realtà sul campo crea terreno fertile per il persistere di scuole di pensiero e conflitti ideologici, primo tra tutti quello tra neoclassici e keinesiani.

L’occhiale ideologico-politico, frequentemente trasmesso dai docenti agli studenti, rappresenta un ostacolo sulla strada dell’evoluzione della riflessione dell’uomo sulla propria società, perché una volta indossato “ti chiude la mente”: non ti consente più di osservare la realtà dei fatti per quella è, ne’ di immaginare tutti gli altri modi in cui potrebbe essere. E’ un caso se nessuno tra i pensatori e i protagonisti delle forme di economia evoluta di cui parlo nel mio corso appartenga all’establishment disciplinare?

Se la torre d’avorio dell’accademia non prenderà atto della varietà e della novità del mondo che la circonda, potrebbe essere destinata a crollare. La sua missione non dovrebbe più essere quella di vedere e conservare un mondo che non esiste più, ma piuttosto quella di comprendere il presente per progettare realisticamente il futuro.

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