Filippo Dal Fiore

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La rivoluzione della sostenibilità (16)

October 5, 2018
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Come vogliamo lavorare?

Come è cambiato negli ultimi anni il modo di lavorare? Che tipologia di lavori sta generando l’attuale fase di sviluppo iper-capitalista?
Parto da queste domande per riflettere sul presente e sul futuro del mondo del lavoro. Gli ultimi due decenni hanno visto l’avanzata di perlomeno due fenomeni che più di altri hanno avuto un impatto rivoluzionario: da una parte l’entrata in gioco della posta elettronica e di Internet, con la conseguente impennata della quantità e della velocità delle comunicazioni da gestire; dall’altra il progressivo aumento di focus sul marketing, per far crescere il volume d’affari e gestire in maniera più individualizzata la relazione con i clienti.

Questi sviluppi hanno contribuito a impattare in maniera sostanziale le dinamiche di gestione dell’attenzione sul lavoro. Con l’avanzare della telematica, le attività materiali hanno trovato rispecchiamento nel mondo digitale, con un conseguente drastico aumento della percentuale di persone che lavorano al computer. Si andato affermando un modello di lavoro multi-tasking: da una parte si gestiscono parallelamente e contemporaneamente molteplici attività a schermo; dall’altra si dedica sempre più tempo a scrivere e rispondere a mail e comunicazioni.

Lo strumento telematico ha plausibilmente potenziato una componente di flessibilità e rapidità mentale delle persone. Ha altresì contribuito a costruire un mondo ad alta fiducia, in cui si collabora con successo anche senza conoscersi. Allo stesso tempo, però, la crescita continua di richieste e di task da smarcare ha la maggior parte di noi ad assumere un atteggiamento più reattivo e meno ponderato a quello che stiamo facendo.

La velocità ci richiede schemi di azione-reazione che in qualche modo si sostituiscono al pensiero più profondo e sofisticato, specie quando le proprie energie attentive vengono sparpagliate in molteplici rivoli per far fronte al “bombardamento” di comunicazioni e informazioni. Trascorrere l’intera giornata lavorativa davanti al computer, sempre raggiungibili online, rischia di trasformarci in giocatori di tennis abilissimi a ributtare di là la pallina che ci arriva, ma senza una vera strategia se non addirittura inconsapevoli della partita che stiamo giocando. In queste condizioni, è più facile perdere il senso della priorità, ovvero la capacità di distinguere quello che è veramente importante da quello che non lo è. Bypassando il pensiero di più alto livello, flirtiamo con l’assuefazione e la compulsività, sull’onda dell’adrenalina prodotta e ignari dei cambiamenti neuro-cognitivi in atto.

Esistono fortunatamente molti modi in cui si riescono a prevenire questi eccessi: alcune organizzazioni e liberi professionisti stanno cominciando a guadagnarne consapevolezza. Si sperimentano nuovi ambienti e tempi dedicati in cui le persone restano sconnesse da Internet, focalizzandosi su altre attività utili, possibilmente non al computer. Prendono altresì forma nuovi incarichi lavorativi pluri-mansione, così che diverse fasi della giornata – e del proprio percorso professionale – siano dedicate ad attività diverse, utilizzando strumenti diversi e coltivando mindset altrettanto diversi. Oltre che salutare e professionalizzante per la persona, una rotazione di questo tipo è utile per facilitare la mutua comprensione tra le diverse “anime” che compongono l’organizzazione.

Nel suo importante trattato intitolato Reinventare le organizzazioni, Frederic Laloux teorizza la possibilità che le organizzazioni evolute hanno di evolvere verso il modello Teal, in cui viene lasciata massima libertà agli affiliati di auto-determinare il proprio ruolo, assumendosi maggiori responsabilità e maggiore potere decisionale. In queste organizzazioni rinunciando a delle strutture dedicate per le attività cosiddette di staff (per esempio la gestione del personale, la comunicazione, l’ambito legale e altri), delegando le stesse attraverso quote parti di competenza a tutti gli affiliati. Laloux riporta numerosi esempi di aziende che stanno cominciando a sposare perlomeno qualche componente del modello Teal, senza prescindere dal loro elemento cardine culturale: la chiarezza e l’univocità con cui tutti percepiscono lo scopo ultimo dell’organizzazione, ovverso il suo purpose socialmente utile.

Non sorprende l’enfasi sulla cosiddetta missione sociale aziendale in un’epoca che ha visto proliferare i mestieri che si focalizzano esclusivamente e brutalmente sul marketing e sui numeri commerciali. Si pensi ai sempre più numerosi analisti che le organizzazioni impiegano per lavorare esclusivamente su dati, numeri e proiezioni, privati di una visione più ampia dei contesti economici e sociali all’interno di cui l’impresa opera. Si pensi alla crescente realtà del telemarketing da call center, in cui le persone sono chiamate solo a spingere le vendite, di maniera seriale come macchine della comunicazione umana.

In conclusione, ritengo indispensabile cominciare a guardare nel dettaglio la giornata lavorativa delle persone. Consapevoli delle differenze di cui esse sono portatrici, ma anche della necessità comune di ricercare un giusto equilibrio e valorizzare le diverse personalità di cui sono portatrici. Mai come in questo delicato momento storico in cui le attività umane hanno raggiunto dimensioni e impatti immensi, il mondo ci chiede di guadagnare maggiore consapevolezza di quello che facciamo e perché.

Immagine: donna.nanopress.it

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