Filippo Dal Fiore

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Perchè il lavoro domestico non viene retribuito?

October 11, 2018
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Ed è così che rimango solo in città con i miei due bimbi, per tre giorni mia moglie sarà in viaggio per la sua azienda. Avrò supporto solo nella fascia oraria di pranzo, quando mio figlio grande esce da scuola, per il resto dovrò cavarmela da solo. La cosa non mi spaventa, non è la prima volta che sono chiamato a prendermi interamente carico delle faccende di famiglia e di casa. Gestire in autonomia i bimbi mi dà soddisfazione, ma questa volta le giornate saranno lunghe e non potrò ovviamente prescindere dagli impegni lavorativi di giovedì e venerdì.

Siamo giunti al sabato e la fatica si fa sentire. Più che la stanchezza, è la sensazione di essere ancorato ad una routine ininterrotta di attività:

- c’è anzitutto tutto il mondo relativo al “cosa si mangia”: dall’andare fare la spesa al preparare colazione e cena; dall’apparecchiare allo sparecchiare, dal riempire la lavastoviglie allo svuotarla
- c’è poi il mondo della pulizia, vestimento e messa a letto dei bambini: docce, bagni, asciugature, pulizie del corpo, vestimenti, svestimenti, riordino e selezione del vestiario, attività rilassanti prima di addormentarsi e sveglie notturne per rincuorare chi ne ha bisogno
- tocca poi alla scuola e alla mobilità: controllo dei compiti e della cartella, trasporto mattutino della piccola all’asilo e suo eventuale recupero pomeridiano, coordinamento con suocera e babysitter per il recupero di entrambi i bimbi nel pomeriggio o dopo lo sport
- e infine il tempo libero: dalla delicata gestione degli alti e bassi umorali dentro casa, alla scoperta di tante cose da fare fuori casa, coinvolgendo amichetti e cugini

Ora che lo scrivo, provo tenerezza e gratitudine per tutto questo. La dimensione dei piccoli è meravigliosa, mi sento estremamente fortunato di poterla vivere così pienamente.
Vi assicuro, però, che quando mia moglie rimette piede in casa sabato sera, non sono solo queste le emozioni che lascio trasparire…Mi trova infatti piuttosto irritabile e impaziente, un po’ sopraffatto dalla maratona di vita casalinga: ho ormai perso il conto delle ore trascorse dentro le mura di casa, e quante in cucina!

Adesso che provo in tutto e per tutto che cosa voglia dire, sono stupefatto dal constatare la poca considerazione che la nostra società dedica al lavoro domestico. L’aggettivo “casalingo/casalinga” evoca connotati di derisione, se non di disdegno, come se l’occuparsi della famiglia fosse compito destinato a persone – in modo particolare donne – di status inferiore ai loro partner pagati per l’importante lavoro che fanno fuori casa. Mi domando: ci fermiamo mai ad esaminare con onestà ed attenzione che cosa è veramente importante? Per quale motivo la cura dei figli e il benessere della famiglia non dovrebbero essere attività di estrema importanza, personale e sociale?

Da ormai tanti anni si parla di affermazione femminile nel mondo del lavoro, e sempre più aziende stanno prendendo consapevolezza delle discriminazioni più o meno inconsapevoli attuate nei loro confronti. Mentre un numero crescente di donne e madri di famiglia conduce una varietà sempre più ampia di lavori retribuiti (coltivando a volte senso di colpa per non essere d’aiuto a casa), al lavoro famigliare-domestico partecipano sempre più regolarmente anche gli uomini (a loro volta chiamati a rivisitare la propria auto-percezione sfidando i pregiudizi sociali). L’attenzione di tutti converge sull’equilibrio lavoro-vita privata o work-life balance, un concetto che in realtà nasconde la verità perché presenta come dicotomiche e mutualmente esclusive due cose che in realtà non lo sono: si coltivano infatti aspetti personali-“privati” anche durante le ore di lavoro retribuito, così come si lavora – per esempio per la famiglia – nel corso del proprio tempo personale-“privato”.

Quello che a mio avviso ci impedisce di ripensare di maniera più onesta il concetto stesso di lavoro e servizio alla comunità è il fatto che la nostra società retribuisca solo alcune tipologie di lavoro e non altre. Siamo quindi indotti ad associare il valore – di quello che facciamo e financhè di noi stessi –  al denaro che ci viene corrisposto, con la conseguenza che il lavoro domestico passa in secondo piano perché non produce ne’ reddito ne’ onore. Mi domando: tutto questo ha senso? Tutto questo fa giustizia della realtà delle cose?

Di questi tempi si parla molto di reddito di base incondizionato o di cittadinanza, una causa che in linea di principio ritengo molto sensata, ma che forse non potremo attuare con giustizia e successo se non dopo aver compreso a fondo il valore simbolico del lavoro e dei soldi. Pagare qualcosa o qualcuno equivale ad assegnagli/-le valore, quindi è necessario che la nostra società si chieda: quali attività – di beneficio per tutti e di valorizzazione per chi le attua – vogliamo che l’energia del denaro vada ad alimentare?

Immagine: www.laleggepertutti.it

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