Filippo Dal Fiore

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Quello che la storia di Amazon insegna al mondo

September 10, 2019
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La rivoluzione della sostenibilità (post 22)

Ragionando di economia globale, non ci si può non imbattere nel fenomeno Amazon.
Un caso, da molti punti di vista, senza precedenti: un’azienda privata, infatti, riesce in pochi anni ad erogare i propri servizi nella maggior parte dei paesi del mondo, in alcuni casi mettendo in grande difficoltà gli operatori locali. Basti pensare al settore della vendita libri, in cui Amazon, che opera puramente online e non possiede alcuna libreria, sottrae progressivamente attività economica alle librerie tradizionali.

Amazon fornisce un esempio da manuale di “disintermediazione economica”, perché scalza gli intermediari coinvolti nell’offerta dei servizi, ovvero i punti vendita. Entrando in contatto diretto con le case editrici da una parte e con i lettori dall’altra, trasporta i libri direttamente a casa di questi ultimi. E così continua a fare per molte altre categorie merceologiche (apparecchiature digitali, vestiario, oggettistica di ogni tipo, generi alimentari…): Amazon mette a disposizione una piattaforma online per la relazione diretta tra venditori e clienti finali, diventando un modello anche per altri settori. Uber, per esempio, attiva una relazione online diretta tra potenziali autisti e persone che hanno bisogno di un passaggio, bypassando la figura dei taxisti.

L’ascesa di Amazon rivela un ambito di straordinario potenziale nell’economia mondiale: non solo la rapidità nella fornitura di un prodotto o servizio nella maggior parte dei paesi del mondo, ma la possibilità di farlo avvalendosi di un sistema di comunicazione (Internet) e un sistema di stoccaggio e spedizione pienamente globali. Amazon finisce per – e ad Amazon viene consentito di – monopolizzare i mercati, con tutte le complicazioni che ne conseguono.

C’è un aspetto, però, del successo di Amazon a cui a mio avviso non si dedica abbastanza attenzione. Si tratta dell’espediente ultimo utilizzato da Amazon per affermarsi, ovvero la sua capacità di proporre gli stessi servizi già venduti da altri ad un prezzo più basso: il cliente se ne accorge subito e altrettanto immediatamente premia l’azienda di Seattle sul mercato (oltretutto, non c’è nemmeno più il bisogno di muoversi da casa per l’acquisto). C’è però da chiedersi come faccia Amazon a permettersi questo, non solo alla luce delle norme anti-dumping, ma anche e soprattutto alla luce della propria contabilità.
Pur non possedendo punti vendita Amazon di costi ne ha tanti, e l’aritmetica ci insegna che se si vende sotto-costo si perdono soldi, invece di guadagnarne. Ebbene, approfondendo la questione, si scopre che così è stato: per molti anni, e nella maggior parte dei mercati extra-USA è ancora così, Amazon Retail continua a crescere ma continua altresì a perdere denaro!

Come è possibile?
E’ possibile perché c’è qualcuno è disposto a sovvenzionare Amazon anche in caso di perdita. Si tratta dei suoi investitori, che acquistano le azioni dell’azienda – generando un surplus che non solo la tiene in vita ma le consente di espandersi – anche se la logica economica vorrebbe che essa fallisse. L’espansione delle vendite consente comunque all’impresa di retribuire gli investitori attraverso i dividendi e mantiene quella positività necessaria a vendere ulteriori azioni, generando un apprezzamento di quelle di tutti. Un giorno, si pensa, l’azienda comincerà a diventare profittevole; nel frattempo, in ogni caso, la situazione è positiva lo stesso perché, anche se in perdita, l’azienda vende e cresce in fatturato.

Mi chiedo, a questo punto: non si tratta di un classico caso di interferenza esterna nel funzionamento dei mercati? Se la borsa sovvenziona aziende in perdita, non commette lo stesso errore che gli economisti recriminano a governi ed enti statali?
La teoria economica vuole che si generi inefficienza: i prezzi, infatti, sono la cartina di tornasole di quanto la società necessiti o desideri un certo bene, ed è importante che la determinazione degli stessi sia frutto di un processo di scambio pulito, ovvero non contaminato da fattori esterni. Allorquando si concede ad un’azienda di accedere a un determinato mercato apportando prezzi più bassi della concorrenza – non per meriti acquisiti sul campo (ovvero nel pur scambio all’interno delle “catene del valore”) ma perché qualcuno a monte è disposto a sovvenzionarne le perdite – non si sta sfalsando il campo da gioco e penalizzando chi invece continua a camminare solo con le proprie gambe?

A giudicare dalla resistenza che molti dei nuovi giganti dell’economia digitale stanno incontrando nei mercati tradizionali, si direbbe di sì. Amazon a parte, si prenda il caso del mercato dei trasporti urbani, uno di quelli che si è visto maggiormente impattato dall’entrata di aziende tecnologiche cresciute grazie alla borsa: le sempre americane Uber e Lyft erano aziende in perdita prima della quotazione, e lo restano anche dopo la quotazione, e nonostante questo continuano ad espandersi anche e soprattutto applicando costi più bassi dei taxisti locali. Non sorprende che molte amministrazioni comunali vietino loro l’accesso ai relativi mercati.

Il fenomeno della borsa che tende a premiare maggiormente le cosiddette growth stocks (azioni di aziende che crescono rapidamente, anche se generano perdite invece di utili) sulle value stocks (azioni di aziende che crescono più moderatamente, ma generano utili) sembra essere un caso prevalentemente statunitense e fortemente ancorato alla rivoluzione tecnologica degli anni duemila. Si sono creati talmente tanto entusiasmo, aspettative e senso di ineluttabilità intorno all’avanzata di Internet in tutti i settori, che il grande pubblico si è trovato disposto a investire in qualcosa che nel presente non ha ancora senso economico ma nel futuro ce l’avrà.

Mi chiedo, in ultima istanza: cosa ci insegna questa storia rispetto alla movimentazione di quelle grandi somme di capitale necessarie per cambiare l’economia? A chi come me ha a cuore la futura economia ecologica dimostra che, a livello potenziale, anche i mercati finanziari – al pari degli enti governativi  – possono esercitare una funzione di pubblica utilità, convogliando risorse verso imprese ed innovazioni che troveranno un compimento economico solo nel futuro.

Si prenda, come esempio, la cosiddetta restoration economy, ovvero l’ambito di attività economiche che possono essere messe in atto per ripristinare un ambiente naturale danneggiato. All’attuale livello di sviluppo tecnologico, si tratta di un settore che richiede cioè ingenti quantità di capitali per decollare. Si pensi alla raccolta plastica negli oceani (con successivo riciclo/rivendita), piuttosto che ad attività di mantenimento o ripristino di una barriera corallina morente (con successiva rilancio dell’indotto turistico ad essa connesso). Le valutazioni di fattibilità incappano velocemente nella domanda: chi paga?

Oltre che candidare le risposte già testate – lo stato, le fondazioni, i filantropi, i futuri utilizzatori del servizio – è arrivato forse il momento di valutare in che modo l’istituzione collettiva della borsa possa convogliare il denaro necessario a quelle aziende che, pur rimanendo per lungo tempo in perdita, hanno una capacità presente di agire. Credo che questo prima o poi avverrà, senza che sia necessario apportare alcun cambiamento istituzionale: è necessario però chiederci che cosa potrà rendere un investimento in imprese e tecnologie finalizzate alla restoration economy tanto di moda quanto un investimento negli “unicorni” digitali.
Quando la cura del pianeta entrerà veramente nel cuore della maggior parte di noi, si spalancheranno anche nuove strade per finanziarla.

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