Filippo Dal Fiore

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La meraviglia della diversità

October 22, 2019
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Reduce dagli ultimi incontri di lavoro, mi trovo a riflettere su quanto l’identificarci con uno specifico ruolo e status professionale possa essere problematico nella vita.
Lo è in modo particolare in alcuni ambienti, come quello accademico che conosco bene, in cui si percepiscono forti gerarchie tra i livelli di inquadramento, e di conseguenza anche un clima competitivo per assumere quelli considerati più prestigiosi. C’è chi fa carriera e chi no. C’è chi ce l’ha fatta a rimanere parte di quell’ambiente, c’è chi non ce l’ha fatta, spesso senza riconoscere quanto diversamente valide siano le alternative.

La corsa ad assicurarsi un ruolo sociale di prestigio è nutrita dai complessi di superiorità e inferiorità ereditati dalla famiglia e della società di appartenenza. Acquisire status equivale a guadagnarsi il rispetto e la stima degli altri, vedendo soddisfatto un proprio bisogno primario di accettazione e di amore. Più in famiglia, a scuola e in società si percepisce un clima anche sottilmente giudicante per cui “ti voglio bene, se raggiungi un certo livello”, più forte sarà questa urgenza; più si respira un clima di accettazione incondizionata per cui “ti voglio bene per quello che sei”, se non “ti voglio bene perché tu sei”, più la stessa necessità sarà affievolita.

Il non sentirci completamente amati è un motore straordinario per “farci fare strada” nella vita, e da questo punto di vista considero saggio guardare al lato positivo della medaglia e sentirsi grati, nonostante tutto, per la nostra condizione. A questo punto del percorso di evoluzione umana risulta però sempre più urgente prendere consapevolezza del portato problematico di un mondo in cui le persone spendono moltissime energie nel dimostrarsi (e mantenersi) superiori agli altri, piuttosto che nel sentirsi (e adeguarsi) inferiori. Quello che ho percepito chiaramente negli ultimi incontri di lavoro è questo: nei momenti in cui io, o gli altri, mettevamo in gioco un complesso di superiorità o inferiorità, non solo stavamo facendo un lavoro dispensabile e distraente, ma stavamo creando sofferenza per tutti. Al contrario, mi ritornano in mente lunghe sessioni collaborative con i colleghi di Great Place To Work Italia in cui ci si sentiva magicamente spensierati, liberi di esprimerci e “tutti nella stessa barca”.

Non è forse un caso se proprio di questi tempi negli ambienti aziendali si parla molto di valorizzazione delle diversità e inclusione (nel gergo: D&I, ovvero Diversity&Inclusion). Il lavoro più necessario da fare al riguardo è a mio avviso quello di emanciparsi da una percezione di gerarchia tra le persone: non esistono persone o ruoli superiori o inferiori agli altri, ma esistono persone e ruoli diversi tra loro. Tutti i ruoli e le persone sono equamente validi, dignitosi e necessari, indipendentemente dalla quantità e qualità delle cose che fanno, piuttosto che delle decisioni che possono assumere per sé stessi e per gli altri.

Alcune organizzazioni pioneristiche, molte delle quali aderenti al movimento Teals, stanno interiorizzando questa consapevolezza: abbandonano una struttura in cui esistono poche classi di ruolo ben definite e in relazione gerarchica tra di loro, per adottarne un’altra in cui ognuno in qualche modo è invitato a costruirsi e definirsi un ruolo originale che gli/le consenta di esprimere al meglio il proprio potenziale e indole. Spogliandoci dei nostri titoli e dei nostri complessi, non diventiamo quindi tutti uguali e anonimi: al contrario, creiamo le condizioni migliori per (ri-)scoprire un’unicità di cui tutti beneficeranno.

Emanciparci dalle aspettative di ruolo e di status risulta, inoltre, altamente liberatorio. Forse non ce ne accorgiamo, ma tendiamo a trascinarcele dietro in tutti i contesti di vita: se abbiamo interiorizzato che quello che più conta nella mia vita è raggiungere e mantenere un certo livello professionale (quello che chiamiamo orientamento alla carriera) tutto quello non percepiamo utile verso quel fine verrà da noi vissuto come perdita di tempo e con senso di colpa (“dovrei fare altro o essere altrove“). Per quanto abbiamo un cuore grande, non ci sentiremo a posto con noi stessi quando ci verrà richiesto di supportare persone o attività che non consideriamo funzionali ai nostri obiettivi, piuttosto che quando ci troveremo “incastrati” a casa per contribuire alla vita famigliare.

La forte identificazione con un ruolo socialmente definito può quindi indurci ad adottare un approccio utilitaristico, di cui cui non abbiamo di certo colpe (l’autocentratura è forse inevitabile nella nostra società e, come si è visto, ha risvolti positivi importanti) ma da cui prima o poi potremmo decidere di emanciparci. Considerando inoltre che il sistema economico attuale crea sempre meno ruoli o posizioni istituzionalizzate, potremmo ri-percepire la loro assenza a nostro favore: si tratta un’opportunità che la vita ci offre di costruirci un’identità professionale/personale che, lungi dall’essere poco riconoscibile o di livello inferiore, rispecchia maggiormente la nostra straordinaria unicità e originalità.

Mettendoci in ascolto sincero delle istanze che ci arrivano dalla nostra interiorità e dalle persone che di volta in volta ci circondano, imbocchiamo la strada della realizzazione autentica, per noi stessi e per tutti coloro con cui ci troviamo a interagire. Mai come ora il mondo ci richiede una diversità di idee e di risposte, mai come ora la diversità è una risorsa da cui non possiamo più prescindere.

Immagine: chombachuma.com (via Google Images)

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