{"id":3112,"date":"2019-07-26T09:10:47","date_gmt":"2019-07-26T09:10:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filippodalfiore.com\/?p=3112"},"modified":"2026-01-26T17:42:24","modified_gmt":"2026-01-26T16:42:24","slug":"sulla-finanziarizzazione-delleconomia-e-degli-stati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filippodalfiore.com\/it\/2019\/07\/sulla-finanziarizzazione-delleconomia-e-degli-stati\/","title":{"rendered":"Sulla finanziarizzazione dell&#8217;economia, e degli stati"},"content":{"rendered":"<p>Frequentando il mondo delle aziende mi rendo conto di quanto alcune di esse, in qualche modo, esistano su due diversi livelli: da una parte l\u2019impresa fatta dai collaboratori e dal loro lavoro, dall\u2019altra quella fatta dai valori azionari e di performance sul mercato. Spesso, specie nel contesto dei grandi gruppi industriali, queste realt\u00e0 sono scisse tra loro: a fianco di una maggioranza di persone per le quali l\u2019azienda equivale al lavoro che essi esprimono attraverso di essa, oltre che ai prodotti o servizi che ne risultano, convive un gruppo minoritario per cui l\u2019impresa equivale anche e soprattutto ai soldi che genera.<\/p>\n<p>Quando si parla di finanziarizzazione dell\u2019economia ci si riferisce all\u2019accresciuta predominanza della missione finanziaria delle aziende su quella produttiva. Agli occhi di un osservatore esperto (devo per\u00f2 in questo caso ammettere che io non sono specialista in macro-economia), si tratta di un esperimento di ingegneria economico-sociale promosso pi\u00f9 o meno consapevolmente dagli stati nazionali e dalle banche centrali. Sulla base dell\u2019imperativo di una crescita del PIL di cui tutti beneficeranno vengono attuate politiche monetarie espansive &#8211; in primis, bassi tassi di interesse &#8211; che consentono a banche ed enti investitori di qualsiasi tipo di accedere in maniera molto conveniente a grandi capitali. Si tratta di un eccesso di denaro, perch\u00e9 in questo caso i soldi non sono generati ne\u2019 associati ad alcuna attivit\u00e0 produttiva corrente, ma piuttosto \u201cpiovono dal cielo\u201d: tale sovrabbondanza verr\u00e0 riversata dagli investitori nel mondo delle aziende, andando in qualche modo ad inquinarne il comportamento.<\/p>\n<p>Se sempre pi\u00f9 imprese vengono principalmente concepite come veicoli di investimento piuttosto che strumenti produttivi, non c\u2019\u00e8 da stupirsi se la massimizzazione del profitto si afferma come filosofia gestionale predominante. L\u2019eccesso di denaro presente nel sistema genera pressione affinch\u00e8 sempre pi\u00f9 aziende si quotino in borsa: diventando pubbliche &#8211; ovvero di tutti i propri investitori, grandi e piccoli &#8211; saranno chiamate a dare la precedenza alla missione finanziaria su quella produttiva. L\u2019intero sistema spinge le aziende a cambiare pelle, e nelle stanze dei bottoni cominciano a prevalere linguaggi e meccanismi decisionali alieni alla realt\u00e0 produttivo-commerciale, e umana, delle aziende stesse. Quello che conta \u00e8 fare pi\u00f9 soldi possibile (ne beneficiano tutti: dallo stato ai grandi investitori ai piccoli risparmiatori!), cercando in tutti i modi di aumentare le rendite e diminuire il lavoro, il pi\u00f9 velocemente possibile. In un mondo in cui si ambisce a generare un <em>decoupling<\/em> (dissociamento) tra crescita economica e pressione ambientale, non ci si rende spesso conto che il <em>decoupling<\/em> che \u00e8 invece sempre pi\u00f9 in atto \u00e8 quello tra espressione di lavoro e generazione di denaro. Mi chiedo: fino a quando pagher\u00e0 di pi\u00f9 il non lavorare piuttosto che il farlo, come potremo aspettarci che l\u2019economia reale possa esprimere il suo migliore potenziale?<\/p>\n<p>Il fenomeno descritto, inoltre, comporta che la societ\u00e0 globale diventi sempre pi\u00f9 iniqua nella distribuzione dei redditi tra cittadini. I paesi anglosassoni, in particolare, sono di questi tempi ossessionati dalla questione dell\u2019<em>inequality<\/em>, sulla quale si \u00e8 recentemente speso con successo l\u2019economista francese Thomas Piketty. Si potrebbe ipotizzare che il pi\u00f9 o meno consapevole esperimento di ingegneria economica che ha favorito il mondo dell\u2019investimento rispetto a quello del lavoro demarchi due successive fasi di sviluppo dei sistemi capitalisti:<\/p>\n<p>&#8211; Prima fase, in cui gli stati nazionali si concentrano su:<br \/>\n[Incentivare la produzione] \u2192 [Tassare la produzione] \u2192 [Redistribuire i proventi della produzione nella societ\u00e0]<br \/>\n&#8211; Seconda fase, in cui gli stati nazionali si concentrano su:<br \/>\n[Incentivare l\u2019investimento] \u2192 [Beneficiare essi stessi dell\u2019investimento] \u2192 [Redistribuire i proventi della produzione (e solo in parte dell\u2019investimento) nella societ\u00e0]<\/p>\n<p>Noto che, se nel primo caso gli stati riuscivamo a mantenere una posizione distaccata dai mercati, nel secondo gli stati partecipano nei mercati stessi, ovvero, che ci piaccia o meno, ne diventano parte. Scendono al livello dei mercati innescano un conflitto di interesse: da una parte sono tenuti a spingere verso la redistribuzione, a beneficio dei lavoratori, dall\u2019altra verso la finanza, a beneficio degli investitori. Se tutti i lavoratori potessero anche diventare investitori con la stessa facilit\u00e0 e successo, non si genererebbe un problema di equit\u00e0 sociale; considerato per\u00f2 che gli investimenti tendono a diventare esponenzialmente pi\u00f9 attuabili e redditizi ad aumentare delle risorse a disposizione, allora l\u2019iniquit\u00e0 sociale non pu\u00f2 che crescere, e continuare a crescere, e continuare a crescere sempre di pi\u00f9. E\u2019 la meccanica stessa del sistema a decretare il progressivo distacco delle elite (che vivono pi\u00f9 di investimento che di lavoro) da tutti gli altri nella societ\u00e0 (che vivono pi\u00f9 di lavoro che di investimento).<\/p>\n<p>In conclusione, credo che questo articolo sia stato utile per chiarire le ragioni ultime per cui, a livello sistemico, si sia andata progressivamente affermando la filosofia aziendale della massimizzazione del profitto, un\u2019ideologia su cui in questi anni ho riflettuto e scritto molto a partire dalla mia conoscenza diretta del mondo delle imprese. In fin dei conti, a livello macro-sociale un mindset e corso d\u2019azione non si perpetua se non quando risulta di beneficio verso tutti gli attori sociali potenti.<br \/>\nSe il sistemi operativo di una societ\u00e0 \u00e8 iscritto dentro le sue istituzioni, \u00e8 necessario che chi ha a cuore una sua evoluzione ne guadagni maggiore consapevolezza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Frequentando il mondo delle aziende mi rendo conto di quanto alcune di esse, in qualche modo, esistano su due diversi livelli: da una parte l\u2019impresa fatta dai collaboratori e dal loro lavoro, dall\u2019altra quella fatta dai valori azionari e di performance sul mercato. Spesso, specie nel contesto dei grandi gruppi industriali, queste realt\u00e0 sono scisse tra loro: a fianco di una maggioranza di persone per le quali l\u2019azienda equivale al lavoro che essi esprimono attraverso di essa, oltre che ai prodotti o servizi che ne risultano, convive un gruppo minoritario per cui l\u2019impresa equivale anche e soprattutto ai soldi che genera.<\/p>\n<p>Quando si parla di finanziarizzazione dell\u2019economia ci si riferisce all\u2019accresciuta predominanza della missione finanziaria delle aziende su quella produttiva. Agli occhi di un osservatore esperto (devo per\u00f2 in questo caso ammettere che io non sono specialista in macro-economia), si tratta di un esperimento di ingegneria economico-sociale promosso pi\u00f9 o meno consapevolmente dagli stati nazionali e dalle banche centrali. Sulla base dell\u2019imperativo di una crescita del PIL di cui tutti beneficeranno vengono attuate politiche monetarie espansive &#8211; in primis, bassi tassi di interesse &#8211; che consentono a banche ed enti investitori di qualsiasi tipo di accedere in maniera molto conveniente a grandi capitali. 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