Filippo Dal Fiore

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Sulle orme della verita’

April 23, 2010 No Comments»
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L’altra sera ho visto “Il Divo”, film di Paolo Sorrentino sulla vita del plurice primo ministro italiano Giulio Andreotti. Oltre che la sperimentazione nelle tecniche e nella narrativa, mi hanno colpito i contenuti. Wikipedia scrive: “Di Andreotti il regista mette in rilievo alcuni caratteri, tra cui la tensione tra falsità e verità, che Andreotti risolve solitamente nell’ironia. In Andreotti appare la gestione spregiudicata del potere e la ricerca dell’oblio della verità, al fine di preservare l’ordine costituito”.
Con “Il Divo”, Sorrentino e’ arrivato a toccare un tema a me molto caro: la verita’ e il suo ruolo sociale, e forse anche anti-sociale stando al pensiero di Andreotti. Ne ho preso spunto per riflettere su quella che e’ la mia visione in merito: ora faccio un passo indietro e vi racconto la mia storia…

Il bagaglio etico e la formazione scientifica mi hanno portato a sposare la “missione” di ricercatore e comunicatore della verita’, cosi’ come avviene per tanti scienziati, giornalisti ed investigatori. Al riguardo, in questi pochi anni di esperienza, ho imparato che l’ostacolo forse piu’ grande per comprendere la realta’ del mondo in cui viviamo e’ quello del liberarsi dai propri pregiudizi, aprendosi a recepire e vedere anche quello che non vorremmo.
E’ un passaggio che ha poco a che vedere con la razionalita’ scientifica, quanto piuttosto al rapporto dell’uomo con il proprio equilibrio emotivo e con l’immagine di se’ stesso. Sembra che tutti i comuni mortali, e in misura maggiore coloro che piu’ sentono l’esigenza di sentirsi importanti e rispettati, siano alla costante ricerca di rassicurazione sulle proprie teorie e opinioni sul mondo. Il “so di non sapere” e’ destabilizzante, l’uomo potrebbe esserne terrorizzato se si rendesse conto che in fin dei conti ha ben poco controllo sul mondo.

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Appunto dall’Olanda

April 10, 2010 No Comments»
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Mi si schiudono le orecchie quando l’aereo buca la fitta coltre di nubi che divide l’Olanda dal cielo. La geometria visibile dal finestrino non inganna: linee rette, canali e forme squadrate per proteggere la terra dal mare, la campagna dalla citta’, i centri abitati da quelli commerciali. Di sera, le serre brillano di luce gialla punteggiando la tavola del paesaggio.

Una volta a terra mi imbarco sui chilometrici tapis roulant del mega-aereporto di Schiphol: hostess bionde, robuste e sorridenti sfilano al mio fianco, mentre una voce meccanica di donna accompagna il tragitto verso il nastro bagagli: “mind your step”, attenti al passo. Valigia pronta, mi dirigo verso la stazione ferroviaria sotterranea che collega Schiphol a tutta l’Olanda. Monto in treno e il mio orologio si sincronizza sul futuro: suono ovattato dei binari; grattacieli squadrati e futuristici con i centri di ricerca, design e marketing di grandi aziende multinazionali; macchine che procedono sincronizzate sull’autostrada parallela alla ferrovia. I viaggiatori cercano di non parlare ma sfoggiano sguardi immersi in se’ stessi e disinteressati a tutti gli altri. Poi Amsterdam: una festa di biciclette, una festa di giovani, una festa di tram, una festa di pittoreschi ma troppo perfetti edifici in mattone rosso scuro. Una poesia disciplinata e pulita, fatta di canali e di biciclette, di poca emozione e di molta logica.

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