Filippo Dal Fiore

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A scuola di sviluppo professionale

July 29, 2015 No Comments»
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E’ il 6 Febbraio e a Ferrara il tempo è ancora bello. Senza fermarsi il treno prosegue in direzione Bologna, ma all’orizzonte intravvediamo un muro di nubi. Mi squilla il telefono, è l’Università: Bologna si è svegliata sotto una fitta coltre di neve e la Business School di colle Barbiano rimarrà chiusa. Nulla da fare: l’avvio del mio corso di Professional Development, laboratorio di sviluppo professionale per gli oltre cinquanta ragazzi di tutto il mondo che frequentano il global MBA (Master in Business Administration), è rimandato a fine mese.

Il percorso si divide in più fasi, e rappresenta un’opportunità per condividere con altre persone gli insegnamenti raccolti in questi anni di avventure professionali. La maggior parte degli studenti si trova in una fase comparabile a quella in cui io stesso mi trovavo qualche anno fa: ha maturato alcune esperienze di lavoro e vede nell’MBA un’opportunità per accelerare o reindirizzare la propria carriera verso mete più ambiziose e personalmente rilevanti. Uno dei miei obiettivi è aiutare i ragazzi a capirsi meglio: individuando il proprio potenziale, ricostruendo il filo rosso del proprio percorso professionale, facendo luce su cosa più autenticamente ricercano nel lavoro e nella vita.

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La malattia della modernità

July 8, 2015 No Comments»
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Come altre mattine prendo la macchina e da casa vado in ufficio.
Dal finestrino osservo Padova, nelle sue periferie e nella zona industriale, e come spesso accade mi sento frustrato e tradito per il modo sfacciato in cui il caustico sviluppo urbano bistratti la bellezza e la natura del luogo. Nel vuoto normativo e pianificatorio, sembra che ogni costruttore abbia ostinatamente fatto di testa sua, di modo frettoloso e dilettantistico: focalizzato sul proprio ombelico non si è accorto che al di là della recinzione della propria villa o fabbrica prendeva forma un amalgama disarmonico, con il verde costretto progressivamente a indietreggiare negli spazi di risulta.

Questa bruttura ferisce la mia sensibilità. Mi viene da pensare al sottosviluppo, concetto che richiama un sentimento di vergogna, quella di essere anch’io parte di questo territorio e di questa comunità. E’ la stessa vergogna che percepisco nel cuore di molta della “mia” gente, quei veneti che con la testa bassa lavorano sempre, quasi volessero infliggersi una punizione per il loro sentirsi inadeguati, intrappolati in una condizione priva di cultura e di generosità.
Sembra quindi che l’onta della povertà rurale permanga nonostante il boom economico, manifestandosi in quella iperlaboriosità ansiosa, aggressiva e incolta che contribuisce a distruggere il territorio e le persone. Il denaro sembra agire solo da palliativo per una malattia dell’animo piu’ profonda, una ferita che difficilmente la facciata della ricchezza materiale può riuscire a colmare.

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