Filippo Dal Fiore

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Sulle fratture della globalizzazione, in Brasile

August 30, 2011 No Comments»
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Un pungente odore di muffa pervade la stanza, i vecchi mobili in legno appaiono contriti dall’umidita’ dell’equatore. Fuori Belem, metropoli brasiliana porta d’ingresso dell’Amazzonia. Ancora ho negli occhi il paesaggio che ha deliziato il mio atterraggio: il delta del rio delle Amazzoni, fiumi marroni disegnati a serpentina sulla distesa verde della foresta vergine, scura e compatta. Da qualche tempo Manaus ha soppiantato Belem nei collegamenti aerei internazionali, cosi’ che per arrivarci dall’emisfero boreale la maggior parte dei viaggiatori scende fino al tropico del Capricorno, a San Paolo, per poi risalire a 1.4 gradi sotto l’equatore.

Questa zona del nord del Brasile e’ talmente fuori rotta che fino agli anni sessanta Belem intratteneva la maggior parte dei suoi scambi commerciali direttamente con l’Europa piuttosto che con il Brasile urbano del Sud e Sud-est. Ancora oggi, come non mai, gli affluenti piu’ reconditi del Rio delle Amazzoni vengono utilizzati a due sensi di marcia per il contrabbando diretto tra paesi produttori e paesi consumatori: droga e legname da Colombia e Peru’ verso l’occidente; armi nella direzione opposta.

Sono a Belem per un incontro di lavoro con la Vale, una multinazionale mineraria che nello stato brasiliano del Para’, a Carajas, gestisce uno dei piu’ grandi giacimenti del mondo: ferro, manganese, rame, oro. Negli ultimi anni il fatturato della Vale e’ esploso in modo direttamente proporzionale alla domanda industriale della Cina, divoratrice di materie prime sui mercati globali. Indirettamente, e’ decollato anche il PIL del Brasile, un paese che nel frattempo sembra avere beneficiato di alcune politiche sociali innovative e di successo. Si pensi al programma “Bolsa Familia” di Lula: trasferimenti diretti di denaro alle madri di famiglia, con discrezione totale nel suo utilizzo a patto che i figli vengano mantenuti a scuola.

Continua...